Highlight - Cultura e societÓ

L'utopia Ŕ possibile?

18.06.2010 - Immagina un luogo caratterizzato dalla condivisione, un luogo in cui la diversitÓ Ŕ un valore, dove genti e culture di ogni genere si intrecciano e convivono tutte da protagoniste.

Immagina di andare al ristorante e trovare sul menù piatti dai nomi esotici come humus, cous cous, feijoada, harira, platano fritto, lax, e ancora thè e dolci marocchini, piatti thailandesi e italiani. Immagina che all'ingresso del ristorante ci siano mostre, teatranti e danzatrici ad intrattenerti. Immagina di girare tra stand con prodotti del commercio equo e solidale, artigianato, libri, progetti e associazioni che propongono un'economia sostenibile e solidale. Immagina passeggiando di trovarti tra spettacoli, musiche, danze, incontri con donne e uomini di ogni cultura sentendoti sempre coinvolto.

 

Se riesci ad immaginare tutto questo puoi capire lo spirito che caratterizza la Festa dei Popoli a Donoratico. Si realizza una volta all'anno, in genere nel mese di giugno, da nove anni. Varie associazioni della Costa Etrusca si costituiscono in un comitato per organizzare l'evento, e il Parco delle Sughere diventa per qualche giorno l'ombelico del mondo. Utopia Possibile è stato il titolo dell'edizione 2010, tre giorni di festa, da venerdì 11 a domenica 13 giugno, con momenti molto intensi e immancabilmente qualche nota stonata.

 

Venerdì poco dopo le 17.00 c'è una tavola rotonda per l'inaugurazione. Sono presenti la delegazione senegalese e le autorità locali, a ricordare il gemellaggio tra Castagneto Carducci e Thiaroye Sur Mer (Dakar). Quando prende la parola il sindaco di Castagneto non si stupisce nessuno sentendogli dire, dopo i saluti politici di rito, che a causa del solito impegno è costretto suo malgrado ad abbandonare la festa, perchè anche questo è diventato ormai un rito con cui evita abitualmente il confronto con i suoi cittadini. Peccato perché sarebbe stata un'ottima occasione per rispondere a chi contribuisce all'economia locale oltre che a pagargli lo stipendio. Avrebbe potuto spiegare ad esempio perché in Comune non ci sono rappresentanti delle due comunità più numerose, quella senegalese e quella marocchina, e qualcuno dei presenti per ricambiare avrebbe potuto spiegargli la differenza tra gemellaggio ed integrazione. Qualcun altro gli avrebbe chiesto volentieri: come mai, nonostante le numerose case vuote, si fatica a trovarne una in affitto? E ancora: perché in una piccola cittadina dove tutti sanno tutto di tutti, l'unico e ben noto proprietario disposto ad affittare una casa agli immigrati può permettersi di mettere dodici persone in un piccolo appartamento chiedendo un canone esagerato? Domande che possono anche bloccare la digestione, e forse è stato un bene non farle al sindaco che è tornato puntualmente, domenica sera, per sedersi a tavola.

 

E proprio come per il loro primo cittadino, su cui grava la responsabilità pubblica, non si può dire parlando dei residenti autoctoni, che siano stimolati dal confronto. Non è casuale la loro scarsa partecipazione e forse non lo sono nemmeno i manifesti della Festa dei Popoli strappati e trovati nei cassonetti a Donoratico. Senza voler generalizzare è evidente che, anche in un territorio in cui più comunità convivono comunque pacificamente e c'è chi lavora da 20 anni per favorire l'integrazione, la diffidenza è una caratteristica ancora ben radicata nella cultura locale.

 

Vignetta realizzata da Stefano Casini per la Festa dei Popoli

Ma torniamo alla Festa dei Popoli dove, come dicono gli organizzatori, i protagonisti sono sopratutto i migranti, ai quali è data l'opportunità di far conoscere la loro cultura in vari momenti, e non solo in cucina. E così sabato alle 17.30 partendo da un fumetto si possono ascoltare tre storie di immigrazione al femminile, con la testimonianza diretta delle protagoniste che provengono da paesi ben noti all'Italia, come Eritrea ed Etiopia. Vincendo l'imbarazzo, ammutoliscono i presenti raccontando l'odissea che le ha portate in Italia. La paura, la galera, le umiliazioni e le violenze subite, e per ottenere cosa? Lo status di rifugiate politiche e vivere prigioniere nel nostro Bel Paese che dopo avergli dato asilo le ha abbandonate. Una di loro dice: adesso non possiamo nemmeno tornare a morire nel nostro paese.

 

Alle 21.30 è il Teatro di Nascosto di Annet Henneman a paralizzare l'anima dei presenti con lo spettacolo di teatro-reportage “Paradiso, inferno, racconti di vita palestinese”. I protagonisti sono 10 ragazzi che arrivano da Amman, in Giordania, per raccontare quella Palestina di cui in televisione non si parla, le atrocità e le sofferenze di una guerra vissuta sulla propria pelle. Ci vogliono i ritmi caldi delle percussioni senegalesi per risvegliare tutti dalla paralisi, le danze e i vestiti delle donne africane sono uno spettacolo nello spettacolo, ci mettono poco a coinvolgere tutti, la serata riprende i connotati della festa, in tanti ballano e alla fine anche i ragazzi palestinesi tornano sul palco per unirsi e contribuire alle danze con i loro canti.

 

Molto altro ci sarebbe da scrivere e raccontare, sapori, odori, immagini, musiche, riflessioni, pianti e risate che rimarranno impresse nella memoria di chi ha partecipato a questa Festa dei Popoli, ma per quanto tempo? L'utopia di una società diversa è davvero possibile? Saranno serviti questi tre giorni a cambiare anche in minima parte le abitudini quotidiane di qualcuno? Viviamo in un Paese in cui ipocrisia e razzismo sono ancora di casa, e nonostante la crisi di cui ci riempiamo tutti i giorni la bocca facciamo ancora parte di quel 20% della popolazione mondiale che consuma l'80% delle risorse disponibili. Davvero vogliamo vincere ignoranze e paure? Davvero vogliamo una società equa e solidale? Allora dobbiamo essere consapevoli delle nostre responsabilità, che ci sono, a partire dal nostro vivere quotidiano. Dobbiamo iniziare a guardarci allo specchio e, come qualcuno ha detto anche durante questa festa, chiederci: cosa siamo disposti a rischiare? A cosa siamo disposti a rinunciare?

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