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Giacomo Faenza racconta La Mia Dea

14.12.2010 - Il suo primo romanzo edito con la giovane Graphofeel, Casa Editrice nata dall'iniziativa di Laura Pacelli e Stefania De Matola.

Hai 25 anni, ti sei laureato e sei pronto a spaccare il mondo. Invece finisci a pulire il culo ai matti. Per un anno intero. A 200 chilometri da casa. Perché? Per fare il servizio civile. È quel che mi è successo 16 anni fa.

Di questo parla il libro. Di cose che ho visto coi miei occhi e di cose che potevano succedere.


Un racconto intimo e ironico che ripercorre un'avventura ai limiti, ai margini della società, in quei contesti ricchi di spunti e di vita; un flusso di coscienza in cui l'autore con delicatezza e intelligenza, tra gioco e leggerezza, porta in primo piano un mondo tutto da scoprire, attraverso una coinvolgente e semplice storia d'amore che nasce lì dove potrebbe sembrare impossibile. La mia Dea, di Giacomo Faenza è tutto questo, e molto di più: un viaggio, una storia d'amore, un romanzo di formazione ambientato in un contesto di disagio, nella cornice dell'Italia degli anni Novanta. Nostalgico, forte, ironico, coinvolgente.


Edito dalla giovane Casa Editrice Graphofeel, il romanzo verrà presentato al pubblico e alla stampa il 17 dicembre 2010, presso la Libreria Gocce di Inchiostro (Via Agostino Bertani, 11 – Roma. Ingresso libero), in un incontro in cui interverranno Giacomo Faenza, Guido Barlozzetti (RAI) e Vittorio Viviani. Un'occasione per conoscere da vicino l'autore, per godere direttamente di alcuni estratti del libro, affidati alla magistrale lettura di Vittorio Viviani.

Giacomo Faenza è nato a Washington D.C. (USA) nel 1970. E' regista e sceneggiatore (Gadget Men, Caro Parlamento, Le Piccole Idee). Vive e lavora a Roma.


INTERVISTA
 

Cosa ti spinge a scrivere?
L'energia che hai dentro e non sai come impegnare. Almeno per me è andata così. Non sapevo cosa fosse, me la sono tenuta dentro sino a 24 anni, poi bum è esploso tutto e mi sono messo a scrivere. La mia dea l'ho scritto di getto, in 20 giorni. Però va detto che erano sei mesi che prendevo appunti per un romanzo più lungo, più complesso, che parlava di due coppie diverse, una di borghesi e una strampalata. Ma a quanto pare ha resistito solo quella strampalata.


Chi è La Mia Dea?
È una botta di Culo, se mi passate il francesismo. Voglio dire, quante possibilità ci sono di incontrare nel momento giusto la persona giusta nel modo giusto? Talmente poche da poter tirare in ballo senza passare per esagerati il concetto di Fortuna sfacciata, Destino, meglio conosciuti dai più col nome di Culo. 


Soggetto tuo? Di cosa parla il film?
Sì, scrivo e dirigo questo piccolo film con non attori sull'Italia in piena crisi lavorativa e economica.  E quindi in piena crisi di identità. Vado a vedere cosa succede nelle famiglie quando franano le certezze.  Ho trovato quattro storie vere che si svolgono in regioni che fino a poco fa erano ricche, e ora fanno i conti con i problemi della nuova povertà. Le persone che mi hanno scritto la loro storia interpretano se stesse, partecipano al progetto. Ammiro il loro coraggio, ci vuole sana  consapevolezza per far sapere a tutti che hai perso il lavoro, che non hai i soldi per regalare una bici a tua figlia, che ti sei separato, che la tua ditta è fallita e hai licenziato tutti e ciò nonostante non molli, ti cerchi un lavoro, vai avanti. Questi sono i tempi che ci sono capitati, con questi tempi dobbiamo misurarci. È un film che parla di noi oggi, senza retorica, con un pizzico di poesia. 

Parli di disagio. Cinema e letteratura possono aiutare a migliorare le condizioni di vita dell'uomo?
Parto da lontano ma poi arrivo. Dunque Platone diceva che le cose le riconosci solo se le hai viste già. Faceva strampalati discorsi sull'idea del bello, l'idea del cavallo, confesso che a 16 anni non ci avevo capito niente. Ora provo ad applicare il suo ragionamento alla mia esperienza. E viene fuori che da un libro o un film tu puoi prendere solo le cose che hai già dentro di te. Altrimenti non le vedi. Tu vedi e riconosci solo ciò che già sai, che è in fondo al tuo animo, magari schiacciato sotto milioni di altri pensieri. Ma c'è. 
Se quindi uno ha certe corde, allora sì, cinema e libri possono (ovvio, quando sono ben fatti!)  fornire modelli da imitare o da evitare, sollevare questioni, illustrare mondi, accennare risposte. Da sempre gli uomini usano l'arte per rappresentare i loro interrogativi cosmici, chi siamo, dove andiamo, e come ci arriviamo. Più un'opera è stilosa, più si concentrerà sul come. Se è ragionata, seria e sufficientemente onesta ti dirà anche qualcosa sul chi e il dove.
Nel mio piccolo con "Caro Parlamento", documentario del 2008 sulla Costituzione e il precariato, ho provato a parlare del chi e del dove. E' fatto solo di persone e parole, di primi piani, di sospiri, ma soprattutto di paura del futuro. Un giovane che teme il futuro è una bestemmia.

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